Energia, la Cina compra a man bassa da Mosca. La Russia è primo fornitore di petrolio, boom degli acquisti di carbone

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MILANO – Mentre, a Ovest, Putin gioca la partita a scacchi con l’Europa muovendo il cavallo Gazprom per minacciare nuovi tagli alla fornitura di gas (tenendo così il prezzo altissimo per le seguenti tensioni del mercato), a Est la sua economia trova una importante valvola di sfogo grazie agli acquisti di Pechino.

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Lo dicono due diversi set di dati che la Reuters ha pubblicato sabato, attingendo dalle dogane cinesi. In primo luogo, dimostrano che per il terzo mese consecutivo a luglio la Russia è stato il maggior fornitore di petrolio per la Cina. I raffinatori indipendenti cinesi hanno infatti aumentato il ritmo dei loro acquisti, mentre li hanno tagliati da Angola e Brasile. L’import di greggio russo, incluso quello spedito attraverso i tubi dell’East Siberia Pacific Ocean, ha superato i 7 milioni di tonnellate, in crescita del 7,6% rispetto a un anno fa. Se tradotti in barili al giorno, si tratta comunque di un livello inferiore al record di maggio (1,68 milioni contro i 2 milioni di allora).

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In ripresa, ma comunque dietro la Russia, l’import dall’Arabia Saudita che per la Cina è il secondo fornitore. E se si guarda da inizio anno è evidenta la diversa dinamica tra i due canali. L’import dall’Arabia Saudita è sceso dell’1%, mentre quello a sconto della Russia è salito del 4,4% pur restando in valore assoluto leggermente dietro.

L’energia è la voce fondamentale con la quale il Cremlino finanzia l’invasione in Ucraina: quest’anno Putin siaspetta di incassare dalla vendita all’estero di beni energetici, essenzialmente gas e petrolio, 337,5 miliardi di dollari, vale a dire il 38% in più del 2021. L’Europa ha risposto con le sanzioni e dall’anno prossimo dovrebbe cominciare a farsi sentire l’embargo graduale deciso lo scorso giugno da Bruxelles sul greggio e sugli altri prodotti petroliferi raffinati. Un embargo che finora ha, tuttavia, prodotto effetti limitati, anche per la capacità di Mosca di trovare sbocchi alternativi, proprio la Cina ma anche India e Turchia.

Un discorso che vale anche per il carbone, sul quale lo stop europeo è già scattato l’11 agosto. E anche in questo caso si è visto un effetto già anticipatore sul mercato, con la Cina a riempire il buco lasciato dall’Occidente: l’import cinese di carbone russo è balzato del 14% a luglio, ai massimi da cinque anni. I prezzi sono inferiori a quelli del concorrente australiano, e questo giustifica anche la fame di materia prima russa da parte dei trader cinesi. Che scommettono che il trend continuerà, soprattutto in vista della stagione autunnale quando le utility della parte Nord del Paese rimpinguano le scorte per affrontare poi la stagione dei riscaldamenti.

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